Questo progetto riguarda la ristrutturazione di una villetta anni ’60, immersa in una foresta di faggi sopra l’abitato di Sammommè, Pistoia. Dopo mezzo secolo di onorato servizio i nuovi proprietari della villa decidono di rinnovare completamente l’edificio, come unica richiesta esplicita quella di espandere il balcone che domina la valle verso sud. Proponiamo un’operazione progettuale semplicissima: la costruzione di una loggia. Mantenendo invariata la preesistenza, la loggia viene ripetuta tutta intorno all’edificio, espandendo il volume abitabile pur senza aumenti di cubatura. Le due entità rimangono fortemente distinte: la preesistenza intonacata bianca, la loggia in legno lamellare. Con questo stratagemma, in un’area dove non è ammessa la demolizione e ricostruzione, come neppure l’ampliamento (condizione sempre più diffusa nei piani regolatori d’Italia) l’Architettura tenta il suo disperato tentativo di imporsi come linguaggio autonomo e come gesto leggibile dotato di un profilo, di un volto. La loggia, elemento tipico della tradizione toscana, trova due ragioni d’essere. Il primo è la necessità, nel contesto di una fitta foresta, di un dispositivo spaziale per esperire la soglia tra l’intimità protetta dell’interno e l’esuberanza naturale dell’esterno. Il secondo è il tentativo di reinventare completamente l’aspetto dell’edificio preesistente, ma senza occultarlo completamente, in modo da lasciar dialogare gli scarti e le contraddizioni tra le due fasi costruttive.

Questo progetto riguarda la ristrutturazione di una villetta anni ’60, immersa in una foresta di faggi sopra l’abitato di Sammommè, Pistoia. Dopo mezzo secolo di onorato servizio i nuovi proprietari della villa decidono di rinnovare completamente l’edificio, come unica richiesta esplicita quella di espandere il balcone che domina la valle verso sud. Proponiamo un’operazione progettuale semplicissima: la costruzione di una loggia. Mantenendo invariata la preesistenza, la loggia viene ripetuta tutta intorno all’edificio, espandendo il volume abitabile pur senza aumenti di cubatura. Le due entità rimangono fortemente distinte: la preesistenza intonacata bianca, la loggia in legno lamellare. Con questo stratagemma, in un’area dove non è ammessa la demolizione e ricostruzione, come neppure l’ampliamento (condizione sempre più diffusa nei piani regolatori d’Italia) l’Architettura tenta il suo disperato tentativo di imporsi come linguaggio autonomo e come gesto leggibile dotato di un profilo, di un volto. La loggia, elemento tipico della tradizione toscana, trova due ragioni d’essere. Il primo è la necessità, nel contesto di una fitta foresta, di un dispositivo spaziale per esperire la soglia tra l’intimità protetta dell’interno e l’esuberanza naturale dell’esterno. Il secondo è il tentativo di reinventare completamente l’aspetto dell’edificio preesistente, ma senza occultarlo completamente, in modo da lasciar dialogare gli scarti e le contraddizioni tra le due fasi costruttive.

Ri-utilizzare un luogo – gli edifici pluristratificati e degradati della ex Facoltà di Chimica in Via G. Capponi – ha consentito di valorizzare l’interesse storico-artistico dell’imponente complesso neoclassico realizzato sulla antica struttura della Palazzina dei Servi dell’Annunziata dall’architetto Luigi De Cambray Digny in periodo napoleonico, con le ristrutturazioni per Firenze Capitale di Giovanni Castellazzi e Paolo Mantegazza e le addizioni tardo ottocentesche del chimico Ugo Schiff. La Palazzina, un polo del sistema universitario nel Centro Storico, definisce così un nuovo spazio urbano pubblico con la funzione di “piazza verde” (il disegno antico dell’ovale domenicano). Il lavoro architettonico si è tradotto, oltre alla completa reinterpretazione funzionale, al restauro esterno dell’edificio e delle pertinenze, del portico e dell’atrio d’ingresso, nel recupero d’uso dello scalone monumentale, nella riapertura delle grandi gallerie di distribuzione orizzontale sui due piani e degli ambienti che vi si affacciano, nel restauro di alcuni affreschi scoperti nel corso dei lavori e nel recupero per utilizzo didattico di un grande e misterioso sottotetto; antichi spazi vitalizzati per l’uso attuale con l’inserimento indispensabile di nuovi elementi tecnologici – ascensori, scale, percorsi di servizio, nuove strutture di copertura ed elementi di illuminazione naturale. Integrazioni necessarie che instaurano un dialogo, con l’utilizzo di un autonomo linguaggio, tra epoche.

L’edificio realizzato è la nuova sede direzionale e amministrativa della Banca di Pisa e Fornacette e costituisce l’ultimo tassello di un più generale progetto di riqualificazione urbana, oltre che funzionale-operativa per la parte costruente, che vede sorgere, in prossimità della vecchia sede, un nuovo fabbricato, una piazza e nuovi spazi verdi aperti anche alla fruizione collettiva. Sull’area precedentemente occupata da un fabbricato commerciale degli anni Settanta si è costruito il nuovo edificio secondo un più elevato profilo qualitativo e tecnico-prestazionale, nel rispetto dei più stringenti parametri in merito ad impegno energetico di esercizio e sostenibilità generale dell’intera opera. Ne è risultato un edificio contemporaneo nell’aspetto, nei materiali e nel rapporto che esso instaura con il territorio e con l’ambiente in genere, caratterizzato anche dal ridotto impatto energetico-ambientale e per lo spiccato efficientamento termico ed acustico (Classe A/A+). L’edificio realizzato consta di complessivi 4500 mq e si sviluppa su 3 piani fuori terra e uno seminterrato. Ai piani superiori si trovano gli uffici direzionali e amministrativi, gli spazi della distribuzione, quelli di relazione, i locali di servizio e i collegamenti verticali; al piano seminterrato si trovano l’auditorium con circa 300 posti e un ampio spazio adibito ad area espositiva e per eventi. All’interno, trovano spazio sedute e “pezzi” storici del design italiano, frutto di una selezione mirata.

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  • 5 anni ago
  • written by admin
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