Casa II

“La civiltà toscana ha avuto come poche altre un carattere di continuità nel suo sviluppo lungo quasi sei secoli, in cui si è costantemente mantenuta viva maturando le sue rivoluzioni in seno a una tradizione sostanzialmente così conservatrice da rendere i momenti innovatori piuttosto dei ritorni che delle scoperte”. Due basamenti quadrati si inseriscono nel pendio della collina uno dietro all’altro. Il primo verso valle contiene la piscina, sul secondo è appoggiata la casa, anch’essa di pianta quadrata con una distribuzione interna molto semplice. L’archetipo della casa si riflette nella copertura a capanna che ne definisce proporzioni e misure, accompagnata da due elementi della tradizione che caratterizzano l’immagine complessiva.
Il primo dei due è la loggia che “svuota” per intero la facciata principale, riflettendone i contorni con i muri laterali in pietra che sorreggono le grandi travi metalliche inclinate della copertura. Le scale, il secondo elemento, sono scavate sul fianco del basamento e superano il dislivello tra il piano di campagna e quello della casa. La distribuzione interna priva lo spazio domestico di una gerarchia, accorpando le stanze in un nucleo compatto rivolto all’esterno per privilegiare la vista costante sul paesaggio.

Canalicchio di Sotto è un insediamento poderale che risale alla metà del XIX secolo, adiacente all’antica strada che dà il nome al podere e che collega Montalcino a nord, verso Siena. Situato nel piano di Val di Cava, nel corso dei decenni al nucleo primario si sono aggiunti i vari annessi agricoli che formano l’attuale struttura aziendale. Questa si sviluppa intorno ad un asse sud-nord sul quale è stato fondato anche il nuovo intervento. La sua collocazione ipogea, raccogliendo la sfida dell’impatto ambientale, fa emergere in superficie solo segni indelebili dei margini della copertura. Così, nel “campo” sotto casa, si colloca il nuovo disegno dell’azienda attraverso l’incrocio dei due assi, quello sopracitato e quello ortogonale rappresentato dalla strada parallela al vecchio percorso del Canalicchio. Il progetto del nuovo annesso è dunque una copertura verde, come il resto del campo circostante, evidenziata solo da due muri che da nord a sud rimarcano, ma che da est a ovest scompaiono sotto il grande ombrello che il portico offre. Il risultato è un segno lievissimo che si integra con il paesaggio circostante scomparendo alla vista dell’orizzonte verso chi guarda a nord e apparendo, nell’ombra, come margine evidente nel controcampo da sud. La struttura interna è in calcestruzzo facciavista con sei portali composti da colonne binate ed una trave in corten mentre le pareti esterne sono rivestite in lastre di travertino e si integrano cromaticamente con la natura circostante.

Il nuovo fabbricato è posto in zona già urbanizzata, ad uso industriale/artigianale, di un piccolo borgo collinare della tipica campagna fiorentina. Costituisce l’ampliamento di un edificio produttivo esistente (della fine degli anni Sessanta) sede di un calzaturificio. Il nuovo volume va ad integrare gli spazi ormai insufficienti del capannone preesistente ed è posizionato nella ristretta area libera laterale. Per le caratteristiche del sito, il volume ha una conformazione stretta e allungata, con larghezza frontale di 8,70 m, profondità di 41,90 e altezza di 10, su due piani agibili e piano copertura a terrazzo praticabile. Il piano terra è adibito a magazzino e quello superiore ad attività produttive. Quest’ultimo ha spazi ampi e luminosi grazie alle grandi vetrate che si aprono sulla campagna circostante. La struttura è prefabbricata, con elementi in cemento armato in opera per la scala di collegamento. I tamponamenti esterni sono in pannelli orizzontali prefabbricati coibentati e verniciati e infissi in alluminio di diversa dimensione e posizione in funzione delle attività interne. La scelta del colore marrone, per il nuovo e per l’esistente, riconnette i due volumi e minimizza l’impatto sul contesto paesaggistico. La progettazione ha mantenuto gli ulivi e i pini marittimi esistenti sulla proprietà. Particolare cura è stata data alla scelta dei materiali, ai dettagli costruttivi (sopratutto per ingresso e scala) e allo studio dell’illuminazione degli interni e degli esterni.

Il cimitero suburbano di Campoluci di piccole dimensioni, con muro di cinta in pietra lungo la strada provinciale e il lato dell’ingresso, con due cipressi ai lati dell’ingresso. L’intervento è finalizzato all’ampliamento interno del cimitero per la realizzazione di una nuova cappella funeraria e blocchi di loculi ed ossari inserita in una sequenza perimetrale di manufatti esistenti. La tipologia architettonica della cappella, con schema planivolumetrico semplice di base quadrangolare, è costituita da un lato da una fila di loculi, sul fronte opposto è posizionato il sarcofago, una disposizione di tipo asimettrico, in cui si possono schematizzare due zone ambientali, i loculi prettamente funzionali, e l’ambiente destinato ad ospitare il sarcofago con una valenza simbolica. Tale valenza è accentuata dalla luce, uno spazio immerso dalla luce. La copertura prevede un lucernario in vetro a “L” dal quale penetra la luce e taglia la cappella, penetrando fino al lato opposto, l’ingresso alla cappella. Un invito luminoso ad entrare nel sepolcro, dove percepiamo immediatamente la visione dell’approdo alla felicità eterna. Una esigenza da parte della committenza, di ricordo della figlia deceduta giovane, e di dare una immagine positiva della morte al nipote. La cappella in calcestruzzo armato, sul lato esterno con calcestruzzo a vista. Il fronte esterno e l’interno è impreziosito da pietra e marmi pregiati.

Il progetto comprende cinque unità abitative, adibite a foresteria esterna al monastero, destinata agli ospiti occasionali della comunità di Siloe. Inserite nella naturale conformazione del terreno, sono state costruite senza apportare alcuna modifica alla natura circostante, sperimentando una nuova forma di abitare sostenibile. Ogni cellula abitativa, del tutto complementare alla struttura del monastero, è composta da una camera con zona cottura, bagno, balcone sul fronte nord e loggia a sud e soddisfa i requisiti richiesti dalla normativa sulle barriere architettoniche. L’edificio, con struttura portante e tamponamenti in legno, è antisismico, traspirante, ventilato naturalmente e rispecchia i criteri di bioarchitettura per l’utilizzo di materiali naturali interamente riciclabili. La copertura, i solai e le pareti, anche questi in legno, sono traspiranti e fortemente isolati; il manto di copertura ventilato è in zinco-titanio e il legno a vista è larice lasciato all’ossidazione naturale. In tal modo la foresteria invecchia e si modifica nel tempo, alterandosi in colori e profumi. Il modulo è stato concepito con le maggiori superfici vetrate sul lato nord/ovest al fine di sfruttare la luce diffusa; mentre il prospetto sud è costituito da facciate tamponate con superfici vetrate di minore estensione protette dallo sporto di gronda. Tamponamenti esterni, pavimentazione e serramenti sono tutti in legno di larice lasciato alla sua ossidazione naturale.

Il progetto, gli alberi, le piante, la natura, l’acqua in questo intervento erano tutti elementi da unire. Il primo costruito dall’uomo, pertanto razionale, prevedibile e calcolabile, le altre create dalla natura, quindi imprevedibili, irrazionali e vive. Progettare tra e con gli alberi ha il pregio di mostrare il mondo da un’altra prospettiva, ma soprattutto consente di ristabilire un vero contatto con la natura ed è questo il fondamento per un intervento ecosostenibile. Il lavoro che è stato fatto per realizzare il Reef Sansone, era quello di cercare un equilibrio perfetto tra la struttura e la natura e dove la stessa diventasse l’interprete principale. Tutti questi sogni tramutati in concetti, hanno trovato la sua massima estensione nella fase di progettazione, infatti per non contaminare il sito durante la fase di realizzazione, si è optato per l’utilizzo di materiali naturali come, pannelli isolanti in fibra di legno, materassini in lana vergine di pecora e per quanto riguarda la struttura è stato utilizzato ferro e legno lamellare proveniente da foreste a taglio controllato. La fusione e l’armonia con il paesaggio circostante ha stimolato l’inserimento di orti verticali con piante autoctone, un piccolo giardino pensile che racchiude in sé piante della macchia mediterranea e dell’ambiente circostante. Il tutto costruito con materiale montato a secco, che permetterà al momento dello smontaggio dell’intera struttura, di lasciare lo stato dei luoghi come trovato in origine

All’interno della struttura ricettiva “Torre di Baratti – Bio Resort”, ristrutturata nel 2016 nell’incantevole Golfo di Baratti, sorge il ristorante omonimo diretto dallo chef Stefano Pinciaroli e dal sommelier Lorenzo Caponi. La volontà è stata quella di riappropriarsi di una dimensione umana in totale armonia con la natura, con un occhio attento ad armonizzare il rapporto tra tavola e quello che di più naturale e sano offre la natura che le sta intorno. In equilibrio con l’ambiente circostante in cui si inserisce, il progetto a cura dello studio Zeno Pucci+Architects, si propone come un’architettura caratterizzata da una forma decisa, ma gentile: un volume allungato ad un piano, metà murato e metà vetrato. All’interno del blocco edificato, trovano alloggio la reception del resort e la cucina, caratterizzata da un contatto diretto tra cliente e chef. La parte vetrata su tre lati, permette di godere dall’interno della natura circostante. I piccoli tavoli, realizzati su disegno dello stesso Zeno Pucci, sono arricchiti dalle sedute di tonalità rosse, da pezzi di design o di recupero distribuiti in modo casuale. Nelle ore serali, le lampade a sospensione, conferiscono all’ambiente una luce soffusa, puntuale sui tavoli, lasciando il resto dell’ambiente nella penombra, enfatizzando il rapporto con l’ambiente esterno.

Il bando di gara del Comune di Livorno del 2013 prevedeva il restauro e l’ampliamento di uno piccolo chalet in stile neoclassico dei primi del Novecento e la riqualificazione del Parco della Rotonda di Ardenza, tappa finale dell’ottocentesca passeggiata a mare della città di Livorno, tra le prime realizzate in Italia. Contrariamente a quanto permesso dal bando si è scelto di limitare l’edificato all’area retrostante allo chalet originario, lasciare libera l’area centrale di intersezione dei viali, mantenendo la totale permeabilità visiva sugli assi principali e generando uno spazio urbano che potesse assumere la funzione di “piazza”, luogo pubblico e polifunzionale per eccellenza. Lo chalet storico, completamente restaurato, è diventato così il fulcro dell’intervento progettuale. Il nuovo ampliamento, invece, è stato studiato per integrarsi nel contesto naturale esistente ed allo stesso tempo dialogare con all’edificio storico. Caratterizzato da una grande permeabilità visiva, è stato impostato rivisitando in chiave contemporanea i fili architettonici, le simmetrie e le proporzioni dell’edificio originario diventandone, allo stesso tempo, cornice e sfondo capaci di tutelarlo e valorizzarlo. All’interno di un organismo edilizio con elevata sostenibilità ambientale ed efficienza energetica, trovano spazio ambienti eterogenei e polifunzionali in cui si svolge attività di ristorazione con possibilità di ospitare eventi culturali.

La tenuta del Buonamico si trova in Toscana, a sud ovest di Montecarlo di Lucca. È un’azienda storica, la più prestigiosa della regione, recentemente ampliata e ristrutturata. Produce vini famosi e un olio “di Re”. Con questo progetto di una struttura turistico-ricettiva, ne ho voluto precisare l’immagine, proponendo un edificio che ricorda una foglia di vite, leggermente appoggiata sul terreno. Il paesaggio si apre sugli Appennini, sul borgo di Montecarlo adagiato sui rilievi collinari e sulla pianura coltivata che defluisce verso il Mar Tirreno ed ha avuto una influenza rilevante nella progettazione. La struttura portante, in legno lamellare, è formata da tre grandi archi che si incrociano al centro. La copertura in rame ossidato. L’edificio si sviluppa su tre piani degradanti, seguendo il naturale andamento del terreno. Il ristorante occupa parte del primo piano ed è formato da una sala da pranzo interamente vetrata, le cui pareti mobili e trasparenti creano continuità con la terrazza. La cucina è visibile dalla sala da pranzo. Un ascensore contenuto in un cilindro di cemento dorato, conduce al piano inferiore dove si trovano undici suite, ognuna delle quali si affaccia direttamente su un piccolo giardino privato coperto da pergolato. Un altro ascensore, più piccolo, conduce al piano successivo ad un centro benessere, alla grande piscina ed ai giardini che sfumano nella terra coltivata.

M Greenhouse

Il progetto nasce come sostituzione di una vecchia serra per accogliere la crescente collezione di agrumi durante i mesi più freddi. Coltivatori per passione, i proprietari desideravano un nuovo padiglione per il riposo invernale delle piante, una piccola architettura dove sostare in silenzio e meditazione tra di esse. Il nuovo volume si inserisce in un terrazzamento della collina attenuando il contrasto fra natura ed architettura, fra forme organiche e frammento artificiale a cui i ritmi prospettici e le vibrazioni tridimensionali delle scansioni lignee dei listelli donano una solenne domesticità. Le facciate sono realizzate con assi di legno grezzo di larice naturale fissate alla struttura interna in larice lamellare assieme ai pannelli in policarbonato opalino. La superficie della copertura in continuità con il fronte sud rivolto verso la campagna circostante, mantiene l’integrità del volume elementare e la forma dinamica come solidificata. Oltre a soddisfare alcune funzioni pragmatiche, il progetto si è sviluppato per divenire una ricerca sulla traslucenza e sul rapporto fra natura e architettura. Durante il giorno, mentre i pannelli in policarbonato diffondono la luce del sole il padiglione diventa un corpo traslucido, a differenza della notte in cui diviene una lanterna scultorea fluttuante nell’orizzonte delle colline. Un’architettura in grado di ascoltare la specificità del luogo inserendosi nel paesaggio come un ulteriore frammento di paesaggio.

Un muro recinto percorso avvolge i volumi essenziali dell’atelier disegnando spazi vuoti… spazi per l’arte. L’idea di Atelier alla base del progetto è che abbia le potenzialità per evolversi gradualmente nel tempo in un organismo più complesso, un polo delle arti contemporanee che possa ospitare mostre e performance, in stretto rapporto con il territorio e le sue specificità, con una grande attenzione alle accademie d’arte e in stretto contatto con i laboratori artigianali presenti nel luogo. Dalla corte centrale si svolge la rampa che, con la sua leggera pendenza, a spirale, dinamizza e mette in relazione tutti gli spazi esterni, penetra il corpo principale, lambisce le ampie terrazze e ridiscende infine nel cuore della collina per diventare un percorso ipogeo a supporto dello spazio di futura espansione previsto interamente scavato nel profilo della collina. La superficie del muro-percorso è realizzata con un impasto di terre e pozzolana steso su un sottofondo di giunchi intrecciati e parzialmente bruciati. Il muro ha il colore della terra, una pelle viva, mai uguale nel tempo, che seguirà il lento degrado del giunco, supporto ideale per la vegetazione che man mano lo sostituirà. Il progetto per sua vocazione pone grande attenzione ai materiali ed all’utilizzo di criteri di sostenibilità, in particolare è stato previsto l’utilizzo del legno per le strutture e una parte dei rivestimenti esterni. Pietra, fibre naturali, calce e argilla per gli altri rivestimenti esterni.

La Legnaia “Campo alla Cesta” rappresenta una piccola architettura che va a sostituire un precedente annesso precario di lamiera ponendosi nel paesaggio come sintesi fra tradizione e modernità per fornire una risposta convincente all’inserimento di un fabbricato in un contesto sensibile. Evocando da un lato le tradizionali capanne in legno e paglia, con falde di copertura molto inclinate, che punteggiavano un tempo la zona, ma palesando la sua contemporaneità con la pulizia del volume, l’assenza delle sporgenze di gronda e l’unitarietà del rivestimento di parete e copertura. La progettazione ha dovuto tenere conto che il fabbricato sarebbe stato realizzato in auto-costruzione dal proprietario. La struttura è un telaio in legno di castagno irrigidito da pannelli in scaglie di legno orientate. Le strutture sono protette per durare nel tempo, il rivestimento esterno di sacrificio in sciaveri di castagno (scarti della lavorazione di segheria), coniuga il basso costo con la possibilità di ottenere una tessitura materica in grado di evocare un’elevata sensazione di naturalità. Utilizzata per la conservazione di legna e attrezzature per l’orticoltura della famiglia, è accessibile dai due lati corti, uno dei quali è protetto da un loggiato. L’elevata pendenza delle falde permette un proficuo utilizzo del sottotetto come rimessa. Processo di progettazione partecipato dalla committenza che si è fortemente autoidentificata nel risultato di riqualificazione architettonica e paesaggistica.

Premio Architettura Toscana

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