Nel cuore della campagna toscana, immersa nella quiete del paesaggio di Fauglia, una piccola cappella sconsacrata viene trasformata in un nuovo spazio culturale dal nome Pailunga. L’intervento si inserisce all’interno dello storico complesso rurale noto come “Villa di Pailunga” e nasce dal desiderio di restituire al luogo una vocazione spirituale, pur mutandone la destinazione d’uso. La nuova abitazione è concepita non solo come residenza d’artista, ma come luogo dedicato all’arte e alla creazione, aperto a workshop ed eventi culturali. Il progetto architettonico è guidato dal principio di valorizzazione dell’esistente e dalla conservazione delle tracce storiche ancora leggibili. Operando con un budget limitato, il progetto privilegia il riuso di materiali disponibili in loco, accogliendo i segni del tempo e integrandoli in pochi nuovi gesti architettonici. La navata originaria mantiene la sua spazialità essenziale, mentre le nuove funzioni si inseriscono all’interno del volume senza alterarne la percezione complessiva. La palette colori, caratterizzata da tonalità vivaci, conferisce agli ambienti uno stile pop, restituendo una dimensione a misura d’uomo a spazi che altrimenti sarebbero risultati austeri. La scelta cromatica nasce anche dalla volontà di creare un netto contrasto tra i nuovi innesti e l’esistente. L’abside, oggi dedicata al pianoforte, diventa il fulcro simbolico del progetto: il luogo in cui espressione artistica e dimensione spirituale si incontrano.
Ricupaglia è un casale immerso nei vigneti tra Magliano e Scansano, nel sud della Toscana, nato come tipico podere ex Ente Maremma assegnato ai contadini durante la Riforma agraria degli anni ’50. Il progetto di trasformazione nasce dal desiderio di creare una casa contemporanea e accogliente, capace di rendere omaggio all’architettura rurale maremmana e al paesaggio agricolo circostante. L’intervento conserva l’impianto originario e valorizza gli elementi costruttivi esistenti, come le murature in tufo e pietra, reinterpretandoli in chiave attuale. La scala esterna, da semplice elemento funzionale, diventa una quinta muraria in pietra faccia vista, trasformandosi in una nuova doppia facciata identitaria. Al piano terra, la distribuzione frammentata viene ripensata attraverso grandi aperture che connettono gli ambienti, dando vita a una “casa in movimento”, fluida e percorribile in ogni direzione, con un dialogo continuo tra interno ed esterno.Materiali tradizionali come pietra e cotto recuperato si affiancano a cemento e superfici più contemporanee, creando un dialogo tra memoria e innovazione.Le aperture esterne vengono ampliate per valorizzare la vista sui vigneti circostanti e aumentare l’apporto di luce naturale, trasformando l’edificio da struttura rurale schematica a organismo architettonico aperto, profondamente connesso al paesaggio e sostenibile, grazie anche all’impiego di soluzioni tecniche attuali come l’isolamento termico a cappotto e il tetto ventilato in legno.
La strategia mira a coniugare la realizzazione di nuove aule didattiche e di un ambiente polivalente per la Scuola Primaria alla qualità urbana del complesso scolastico all’interno delle aree limitrofe. Gli spazi aggiuntivi previsti dal progetto vanno a sostituire e potenziare i locali inagibili del vecchio edificio. Il palinsesto cromatico della campagna indirizza le scelte di finitura esterne-interne e lo stesso paesaggio, fondale della vita quaotidiana, influenza la percezione degli spazi didattici.
Nel quartiere di Porta Romana a Firenze, una palazzina d’inizio Novecento è restaurata e rinnovata da otto giovani creativi fiorentini, nella prospettiva di reinterpretare in chiave contemporanea lo spirito insediativo di fondazione dello stabile. La proposta di AFSa rivisita l’estetica degli anni Venti attraverso le suggestioni di Ornamento e delitto di Adolf Loos, creando un’atmosfera raffinata e sensuale in cui il pavimento in marmo policromo ne è protagonista. La scrittura pavimentale, che accosta a contrasto strisce di 12 cm in Bianco di Carrara, Giallo di Siena e Bardiglio, richiama sia la tradizione romanica a bande marmoree di Firenze che le iconiche ceramiche di Gio Ponti per Richard Ginori. Il motivo definisce lo stile degli arredi progettati su misura, bilanciando omogeneità e contrasto in tutto lo spazio.
Nella prima campagna appena fuori dell’abitato, un rudere affacciato sul dislivello a riguardare il passaggio è scelto come casa da una coppia di giovani musicisti: fuori, le mura di un vecchio fienile rimaneggiato, dentro, una struttura di consolidamento a pilastri e travi in cemento armato lasciata al grezzo. I limiti – le aperture già definite e la nuova griglia strutturale, inserita senza criterio e senza dialogo ma impossibile da rimaneggiare – divengono occasione: all’interno di un involucro “antico” è concepita una casa contemporanea. Alle facciate tradizionali di un casale di campagna, corrisponde uno spazio dell’abitare continuo, che tiene insieme ingresso, soggiorno, sala da pranzo, cucina, svago e gioco, cadenzato dagli elementi dell’architettura, come oggetti espositivi autonomi e animati, che scandiscono gli ambiti: un pilastro, un camino, un volume servizi. Le soglie, ispessite dal posizionamento della scala e di alcuni ripostigli, divengono stanze abitate, luoghi dello stare, in cui nicchie scavate accolgono gli oggetti della vita. Lo sguardo, da ogni punto, traguarda di là e poi fuori, attraverso le grandi aperture, alle colline digradanti. Al piano di sopra, le camere e le stanze dello studio sono tenute insieme da un disimpegno che è anch’esso uno spazio, con una libreria come parapetto, affacciato sulla doppia altezza della scala e sul paesaggio, luminoso e vibrante.
Casa Piana è un progetto di riorganizzazione e ampliamento di un edificio preesistente, situato su una sommità collinare nella campagna fiorentina, in posizione panoramica ai margini del bosco. L’intervento risponde alla necessità di aumentare la superficie abitativa e ridefinire radicalmente l’immagine architettonica, instaurando un dialogo profondo con il contesto naturale. La sfida progettuale ha riguardato l’integrazione di un nucleo originario monopiano a capanna con due corpi di fabbrica incompiuti. L’idea centrale è stabilire una relazione sinergica tra gli spazi interni e l’ambiente esterno. Il nucleo originario, mantenuto alla sua altezza maggiore, è stato trasformato nel fulcro compositivo e distributivo della casa. La zona giorno incarna la strategia di massima apertura ed è concepita per essere immersa nel paesaggio:l’uso di ampie vetrate a tutt’altezza opera una deliberata smaterializzazione dei confini strutturali. Questa trasparenza è amplificata da una terrazza perimetrale che funge da espansione del living, rafforzando la continuità spaziale. In netto contrasto, la zona notte e i servizi sono racchiusi in volumi più materici e definiti, garantendo riservatezza e intimità. A definire l’estetica contemporanea è la copertura piana aggettante, una geometria pura che dialoga con l’orizzontalità collinare e assolve a funzioni di schermatura solare. Casa Piana celebra l’equilibrio tra pieni e vuoti, per un’esperienza abitativa incentrata sulla luce e sulla natura.
Anonima Agricola è un contro-manifesto che sfida l’immaginario stereotipato della Toscana da cartolina. Il volume propone una rilettura contemporanea del territorio maremmano, partendo dall’eredità della Riforma Agraria. Il programma si articola attorno a un doppio uso: residenza d’artista in inverno e struttura ricettiva in estate, rinunciando a ogni formalismo per lavorare sulla precisione geometrica e climatica del vuoto. Disponendo solo di metà del volume originario, il patio diviene dispositivo per ricostruire il rapporto con la preesistenza. L’inclinazione rispetto all’asse stradale genera una tensione planimetrica che definisce ingressi, soglie e attraversamenti. Il piano terra, articolato da partizioni mobili, si adatta a diverse configurazioni d’uso, mentre la sezione ruota attorno a un nucleo centrale a doppia altezza. La scala, unico elemento plastico, conferisce continuità tra sala e patio, tra interno ed esterno. La facciata sud in policarbonato elimina il bisogno di riscaldamento invernale; gli alberi decidui filtrano la luce estiva, mentre le aperture garantiscono ventilazione naturale. La facciata in lamiera presso-flessa trasforma l’edificio in una macchina climatica capace di riflettere le varie condizioni atmosferiche del paesaggio. La copertura di lastre forate su cinque centimetri di terra lascia ai semi delle specie spontanee trasportate dal vento la possibilità di colonizzare autonomamente il tetto: isolamento termico e scampolo di terzo paesaggio.
Il Residence Campoblù nasce dalla volontà di riqualificare una preesistenza alberghiera, adattandola alle esigenze dell’hotellerie contemporanea. Il progetto si sviluppa attorno alla grande piscina centrale, concepita come principale punto di aggregazione. Nata per incentivare le interazioni tra gli ospiti, quest’area supera l’idea di esclusione a favore dell’incontro. Qui convergono le funzioni: le camere vi si affacciano tramite patii attrezzati, mentre le terrazze di reception e bar si protendono verso l’acqua, generando continuità tra sfera privata e spazi condivisi. A questa vocazione aggregativa fa contrappunto una dimensione più intima, garantita da corti pertinenziali in cui l’area pranzo dialoga in totale continuità con la cucina. Vero materiale da costruzione, il verde permea l’intervento a ogni scala. La vegetazione autoctona del parco definisce l’identità dei percorsi distributivi: grandi vasche piantumate scandiscono gli accessi al piano terra, mentre un “ballatoio verde” accompagna le entrate al livello superiore. La natura penetra fino al cuore delle unità abitative, arricchendo giardini privati e terrazze in quota. La sensibilità ambientale guida infine le scelte costruttive: i volumi utilizzano una struttura prefabbricata in legno XLAM, mentre l’impiego di pavimentazioni filtranti per i percorsi interni annulla l’impatto sulla naturale permeabilità del suolo.
L’area di intervento, limitrofa al centro storico di Arezzo, è collocata lungo il sedime dell’antica cinta muraria medievale, demolita in epoca medicea e di cui oggi rimangono solo i due Bastioni, frutto delle demolizioni ottocentesche della porta di Santo Spirito. Nel 1931 Pietro Porcinai fu incaricato di progettare per quest’area un giardino inteso come “porta d’accesso alla città”: un sistema verde lineare che ricucisse il rapporto tra il centro storico e le aree di espansione urbana. Nel corso del tempo i giardini hanno subito numerose trasformazioni che ne hanno alterato il disegno originario, i materiali e le componenti vegetali, compromettendone in parte l’unità compositiva e il valore paesaggistico. Il progetto propone una rilettura contemporanea del progetto del Porcinai, reinterpretato e attualizzato con l’obiettivo di restituire coerenza e qualità all’intera area senza modificarne l’immagine globale, le relazioni paesaggistiche, le visuali e gli equilibri compositivi. L’intervento recupera la geometria originaria del giardino, incrementandone la permeabilità e i collegamenti pedonali grazie alla valorizzazione della Piazzetta Edo Gori, in corrispondenza dei Bastioni, e dei percorsi verso la Stazione e il parcheggio Eden. L’utilizzo di nuovi materiali, come il calcestruzzo drenante e la pietra arenaria, insieme all’inserimento di nuove specie arbustive, contribuisce a valorizzare il ruolo dell’area come cerniera tra città storica e le aree di espansione urbana.
La riqualificazione del Parco di via Roma a Castiglione della Pescaia rappresenta un intervento di rigenerazione urbana capace di restituire qualità e identità a un piccolo spazio pubblico di grande valore sociale per la comunità locale. Inserito in un contesto paesaggistico di particolare pregio il sito si configura come un punto di incontro tra il tessuto urbanizzato e il paesaggio litoraneo. La specificità del luogo e la volontà di integrare il nuovo intervento in modo armonico con il contesto hanno suggerito l’idea di evocare, all’interno dello spazio urbano, il segno sinuoso del paesaggio dunale e palustre tipico della zona. La necessità di garantire superfici anti-trauma per le aree gioco si è trasformata in un’opportunità progettuale: ne deriva una composizione fluida e organica di pavimentazioni in gomma declinate in differenti tonalità di verde che dialogano con la vegetazione circostante. I percorsi in calcestruzzo drenante, oltre a riprendere le tonalità del litorale, rendono completamente permeabili le aree trattate, in un’ottica di sostenibilità ambientale e mitigazione degli effetti del cambiamento climatico. Questo elemento si insinua tra le superfici verdi definendo tracciati, accessi e spazi di relazione, valorizzando al contempo sia le alberature esistenti che le nuove piantumazioni. Queste ultime scandiscono gli spazi e introducono un filtro arbustivo contribuendo a costruire un ambiente più raccolto, protetto e integrato con il paesaggio.
Il progetto della nuova Casa della Comunità di Collesalvetti nasce dalla volontà di creare un’architettura capace di connettere le funzioni sanitarie con il paesaggio rurale circostante, ponendo la natura al centro dell’esperienza di cura. L’edificio si sviluppa attorno a una corte verde centrale, spazio protetto e luminoso che diventa cuore distributivo e luogo di incontro per la comunità. Due ali si aprono verso il paesaggio, definendo ambienti interni permeati di luce naturale e in costante relazione con gli spazi esterni. La forma trapezoidale culmina nel porticato d’ingresso, elemento di filtro e accoglienza che accompagna il passaggio tra esterno e interno. La scelta di sviluppare l’intera struttura su un unico livello garantisce accessibilità universale, semplicità dei percorsi e continuità con il verde. Le ampie superfici vetrate favoriscono comfort visivo, illuminazione naturale e un dialogo continuo con l’ambiente circostante. La Casa della Comunità si propone come presidio sanitario di riferimento per il territorio, integrando servizi tradizionali, telemedicina e assistenza domiciliare in sinergia con la rete socio-sanitaria locale. L’architettura diventa così strumento di benessere collettivo, attraverso spazi funzionali, accoglienti e armonizzati con il contesto naturale.
La Casa nella Città Rossa, situata nel centro storico di Firenze, deve il suo nome al quartiere dove si colloca, conosciuto come il quartiere della Mattonaia, ovvero Sant’Ambrogio. Facente parte di una breve serie di edifici posti a fianco della chiesa di Sant’Ambrogio, si tratta di uno dei molti esempi di lottizzazione attuata dai benedettini nei primi del Trecento. Il progetto si fonda sulla volontà di restituire alla città un luogo abitabile, altrimenti destinato a diventare l’ennesimo appartamento per affitti turistici, con lo scopo di risanare gli errori di un precedente progetto avviato e poi abbandonato in essere. L’intervento parte dallo “svuotamento” degli ambienti per restituire allo spazio la sua originale vocazione e per recuperare la connessione tra l’ambiente della zona giorno e la Chiesa, il cui fianco diventa la quinta scenica dell’abitazione. La struttura spaziale viene disegnata e organizzata dalla presenza di un nuovo volume “rosso mattone” che accoglie al suo interno gli ambienti di servizio, bagno e lavanderia; creando uno spazio unico e fluido, sottolineato da una pavimentazione in pietra di Matraia che riconnette tutti gli ambienti della casa. Gli elementi strutturali come il soffitto in legno e gli architravi in pietra sono lasciati grezzi, affermando la loro autonomia di oggetti compositivi che partecipano al disegno dello spazio. Il disegno degli elementi di arredo crea un nuovo sistema di segni che si stratifica ai precedenti senza annullarli.
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