Il progetto prevede l’ampliamento del piccolo ristorante esistente, situato nella zona industriale “Belvedere” in Colle di val d’Elsa, fra la SP Colligiana e il raccordo Firenze-Siena oltre alla sua completa rigenerazione. Il ristorante originario, costruito con una struttura lignea a telaio dalle forme disarmoniche, è pensato come metafora architettonica della tenda, struttura di ricovero lungo il viaggio fra Firenze e Siena. Nasce così la volontà di legare l’idea del ristorante esistente con una nuova identità basata sul concept dell’“oasi”, ovvero un luogo diverso dal contesto ma di ricovero e riposo, anomalo rispetto alla zona industriale circostante degradata. Sia per la sua forma architettonica, caratterizzata da grandi setti ciechi e ampie finestrature, consente al fruitore un’esperienza nuova, quasi da non avere la percezione di essere in quel luogo. L’oasi in cui il fruitore è immerso è fatta di colori, materiali, profumi, luci e sapori. Dalla promenade lignea del parcheggio si entra nella corte interna attraverso il portale e da lì all’interno del ristorante e alla terrazza panoramica tramite la scala esterna. Il nuovo fabbricato, realizzato in legno struttura XLAM e secondo criteri della bioedilizia, ha un carattere contemporaneo talvolta minimalista e ricercato. Il legno fa da padrone sia internamente che esternamente: pareti e soffitti caratterizzate da rivestimenti architettonici in legno di pino termo-trattato disegnano il percorso culinario del fruitore.
Nel quartiere delle Le Piagge, nella periferia ovest di Firenze, il progetto della nuova area attrezzata inclusiva trasforma uno spazio residuale in un luogo aperto, accessibile e condiviso, capace di promuovere inclusione sociale, benessere e relazione tra abitanti. L’intervento nasce con l’obiettivo di creare un parco fruibile da tutti, dove persone con disabilità fisiche, sensoriali o difficoltà motorie possano vivere esperienze di gioco, sport e socialità in condizioni di sicurezza e piena partecipazione. L’impianto del progetto è definito da un percorso sinuoso ispirato al “gioco dell’oca”, elemento multisensoriale e inclusivo che connette le diverse funzioni del parco trasformando il movimento in esperienza ludica e collettiva. Lungo il percorso si articolano spazi circolari dedicati alle differenti attività: aree gioco inclusive per bambini, spazi sportivi per ragazzi, orti urbani collettivi per anziani, oltre a zone relax e luoghi di aggregazione aperti all’intera comunità. Alberature e strutture leggere ombreggianti contribuiscono al comfort ambientale e alla riconoscibilità degli spazi. Il parco si organizza in tre ambiti principali: area quieta con frutteto e orti urbani; piazza pubblica centrale dedicata allo sport e alla sosta; area gioco inclusiva nella parte sud del lotto. Completa l’intervento una pensilina fotovoltaica integrata nel parcheggio esistente, contribuendo alla sostenibilità energetica del complesso.
L’immobile, ubicato in prossimità del centro del paese, è in realtà di antica formazione, già presente nelle carte di fine ‘800 nonché punto di approdo del fosso Cilecchio, che lo lambisce sul fronte nord, fosso in passato navigabile ed affluente dell’Arno. La porzione di interesse presentava a piano terra dei locali destinati alla produzione del vino con la presenza di tini in cemento armato gettati in opera, al piano primo invece l’abitazione presentava caratteristiche anni 70 e molte carenze tecnologiche e distributive. Il progetto ri-funzionalizza tutta la porzione oggetto di restauro, aggiornandola alle esigenze attuali, senza dimenticare, almeno esternamente, la porzione adiacente, più tradizionale. I locali del piano terra, precedentemente dedicati all’attività agricola, vengono adeguati da un punto di vista igienico mantenendo però i segni del tempo, come i tini , modificati solo per essere resi accessibili attraverso l’esecuzione di alcuni varchi con lame ad acqua; il piano terra viene collegato attraverso una scala a chiocciola al piano primo. Il piano primo mantiene sostanzialmente tutti i vani con la sua funzione originaria, modificando solo lo spazio connettivo e distributivo. Esternamente viene epurato da alcuni aspetti poco pregio cercando di guardare ad una attualizzazione della tradizione: eliminazione del parapetto in ferro in favore di un nuovo in muratura con capo scala, eliminazione di oscuranti in favore di infissi ad anta unica che fa filtrare più luce
Castel Sonnino è immerso nella splendida cornice della costa livornese. Le sue antiche mura, un tempo teatro di battaglie, oggi custodiscono una residenza esclusiva dove ogni dettaglio racconta una storia passata e un desiderio di innovazione cosciente. All’origine del castello vi è una torre medievale, inglobata nel Settecento in una batteria difensiva. È solo alla fine dell’800 che il Barone Sidney Sonnino lo trasformò in una residenza. Il restauro conservativo curato da Tono Architettura & Interior Design unitamente al progetto di interni, completato nel 2025, ha custodito l’identità storica rispondendo allo stesso tempo alle esigenze contemporanee. Il restauro delle facciate, eseguito a calce, si estende anche all’interno, con pareti che riportano la stessa matericità in pietra, calce e travertino. Le pavimentazioni storiche, come il seminato veneziano e i marmi, sono state restaurate insieme alle porzioni del bastione in pietra, richiamando le origini della struttura. Il carattere austero della guarnigione militare è stato addolcito con arredi su misura e pezzi d’antiquariato, creando ambienti dal lusso discreto. La luce naturale del tramonto definisce un’atmosfera in continua evoluzione mentre il mare, visibile da ogni stanza, è l’indiscusso protagonista. Il progetto ha voluto esaltare il rapporto con il territorio, scegliendo colorimetrie delicate che evocano il mare e la macchia mediterranea e trattando ogni finestra come un quadro.
Il progetto prevede la realizzazione di un edificio produttivo per la cantieristica navale nell’area di Porta a Mare, a Pisa, inserito in un contesto caratterizzato da infrastrutture portuali e insediamenti esistenti. L’intervento si pone in continuità con tale ambito, reinterpretando l’architettura industriale contemporanea attraverso una composizione chiara, riconoscibile e coerente, capace di coniugare funzionalità, identità e qualità spaziale. L’impianto planimetrico è concepito come un grande spazio unitario, privo di partizioni interne salvo per gli ambienti di servizio, organizzato secondo una maglia strutturale prefabbricata in cemento armato. Tre impalcati aperti verso l’area produttiva consentono a tecnici e armatori di supervisionare le lavorazioni e l’avanzamento delle imbarcazioni dai vari livelli. La copertura è caratterizzata da sistemi di illuminazione zenitale a shed, che garantiscono luce naturale diffusa e controllata, migliorando le condizioni operative e il comfort interno, e integrano un impianto fotovoltaico da 250 kW ca. Il linguaggio architettonico ricerca un equilibrio tra essenzialità formale ed elementi identitari: il volume è definito da superfici in calcestruzzo scandite da ampie aperture che evocano il profilo delle imbarcazioni. Le facciate richiamano le tonalità dell’ambiente marino, favorendo l’inserimento nel contesto, mentre le sistemazioni esterne, con ampi spazi vegetativi, completano l’intervento migliorando la qualità ambientale.
Il vuoto come progetto Rigenerazione di un sottotetto a Firenze. I locali sottotetto di un elegante palazzo nel centro storico di Firenze, abbandonati da anni, si presentavano come spazi bui, frammentati e privi di qualità abitativa. Il progetto interviene attraverso la demolizione di parte del lastrico solare, introducendo una corte a cielo aperto che porta luce e aria al cuore dell’appartamento e stabilisce una relazione diretta con l’esterno. Il vuoto diventa così dispositivo progettuale primario, capace di ridefinire percezione, orientamento e qualità dello spazio domestico. La nuova distribuzione si articola attorno al patio: al centro lo spazio di vita con cucina e soggiorno, aperti e comunicanti; ai lati le camere e gli ambienti più intimi, raccolti e introversi. La relazione tra interno ed esterno, rafforzata dalla presenza di una scala elicoidale, che conduce ad una terrazza sul tetto, costituisce un’esperienza abitativa dinamica, fatta di sequenze, soglie e variazioni di luce. In un contesto in cui la trasformazione del costruito storico è spesso affidata all’aggiunta di volumetrie, il progetto propone un approccio opposto: sottrarre per generare qualità. Senza alterare i profili e l’identità dell’edificio, l’intervento valorizza le preesistenze e le adegua ad un uso contemporaneo, dimostrando come la rigenerazione di spazi obsoleti possa contribuire in modo concreto alla sostenibilità e alla qualità dell’abitare nel tessuto urbano consolidato.
Nel cuore della provincia di Lucca, il nuovo ingresso di questo complesso industriale si distacca dalla mera logica funzionale per elevarsi a vero e proprio manifesto architettonico. L’intervento non si limita a risolvere le necessità di una portineria o di un punto ristoro, ma ridefinisce l’idea stessa di soglia, trasformando un punto di controllo in un landmark identitario capace di comunicare i valori e la visione dell’azienda sin dal primo sguardo. Il progetto si misura con una sfida morfologica complessa: un lotto dalle dimensioni estremamente contenute, ulteriormente complicato da un importante dislivello altimetrico. Anziché subire questi vincoli, il progetto li assume come generatori di forma. La risposta architettonica si concretizza in una volumetria trapezoidale di grande rigore formale, organizzata attorno a un nucleo centrale opaco destinato ai servizi. Ai lati del blocco centrale si aprono due ali vetrate che ospitano la reception e il bar, stabilendo un dialogo costante tra interno ed esterno attraverso superfici riflettenti che smaterializzano i confini del costruito, restituendo al paesaggio una presenza mutevole e mai identica a sé stessa. L’elemento di sintesi formale è rappresentato dalla grande copertura aggettante. Questo sbalzo audace non solo protegge la scala di accesso al complesso, ma definisce una tensione dinamica tra la solidità degli elementi tettonici sospesi e la leggerezza delle facciate trasparenti.
Il progetto affronta la riqualificazione del lotto della polveriera abbandonata di via Tartini, caduta in disuso da diversi decenni. Il programma dell’intervento consiste in un asilo nido con il suo giardino privato e in un’area pubblica con parcheggio ed un percorso alberato. L’intervento fa parte del contributo infrastrutturale in cambio della riqualificazione dell’ex sito industriale della Manifattura Tabacchi, un imponente complesso con una superficie di circa 100.000 mq situato in prossimità del lotto. L’asilo nido è configurato come un sistema a doppia corte con struttura portante in lagno X-lam e Platform Frame e materiali ad alte prestazioni. L’adozione di diverse strategie bioclimatiche e soluzioni impiantistiche hanno permesso di ottenere la certificazione di sostenibilità LEED Platinum. L’edificio ospita due asili nido speculari che condividono servizi comuni (come cucina e impianti tecnici) e un atrio polifunzionale aperto alla comunità in grado di ospitare eventi e lezioni.
L’istanza di riqualificazione di piazza Mandela nasce anni fa da un percorso sulla cura degli spazi collettivi condotto da educatori di strada con gli adolescenti che abitano nel quartiere PEEP “Le Fornaci”, progettato a Pistoia da Leonardo Savioli. La scuola di zona “ICS Leonardo da Vinci” non ha “partecipato” bensì si è proposta di “guidare” l’intero processo di riqualificazione dello spazio extrascolastico, reperendo finanziamenti (una fondazione bancaria, il Comune, un benefattore privato), tessendo una rete con il terzo settore e coinvolgendo gli studenti come agenti di trasformazione. Un impegno reso possibile dalla consapevolezza del potenziale pedagogico che nasce quando i ragazzi trasformano con le proprie mani gli spazi collettivi. Il progetto, reso esecutivo dagli architetti Chiara Cacciuolo e Andrea Giraldi, oltre a dotare il quartiere di un’aula all’aperto, un’area sgambatura cani e una piazza rinnovata con nuove alberature e murales, ha comportato in particolare la ripavimentazione di parte della piazza creando un playground non convenzionale, rimuovendo il manto deteriorato, integrando l’impermeabilizzazione del garage interrato, e realizzando un tappeto bituminoso. Più di cento studenti hanno intrecciato l’architettura della piazza con un’opera di arte civica collettiva, pitturando una linea continua che, con una scrittura giocosa, narra un discorso immaginifico, grazie ai 12 ideogrammi fresati in pannelli in legno, ideati dall’artista Jonathan Calugi.
L’intervento sorge a Vellano, in un punto di eccezionale valore paesaggistico. L’architettura si pone come un dispositivo di osservazione: a Nord dialoga con l’identità storica del paese, mentre a Sud-Est si dissolve verso la Svizzera Pesciatina e i boschi di castagno. Nato nel 1973 come fabbricato rurale, è divenuto poi laboratorio di falegnameria al piano terra e abitazione al piano primo. L’intervento è riuscito a ricucire le diverse anime dell’edificio nel rispetto del contesto paesaggistico. L’intervento di recupero non si limita alla rifunzionalizzazione spaziale, ma ambisce a trasformare un edificio in un organismo architettonico ad altissima efficienza completamente elettrico e coibentato. L’intervento al piano terra opera una profonda trasformazione tipologica, divenendo pertinenza residenziale e polo tecnologico a servizio diretto del piano superiore. L’elemento architettonico più significativo dell’intero intervento è la creazione di una scala interna di collegamento lignea. L’intervento dimostra come sia possibile innovare senza cancellare, trasformando una stratificazione di volumi in una residenza d’avanguardia dove la materia prima, la luce, il legno e il paesaggio tornano a essere la vera protagonista dell’abitare.
Il paese di Pruno è situato in Alta Versilia, tra antiche selve di castagni alle pendici delle Alpi Apuane, e ha come sfondo la Pania della Croce ed il Monte Forato. Posizionata in località Turignana, la proprietà rurale è formata da due edifici che versavano in uno stato di profondo abbandono; l’obiettivo del progetto è stato il recupero del complesso in abitazione, inserendo le necessarie precauzioni in ambito strutturale e di risparmio energetico senza alterare i caratteri forti e distintivi di un linguaggio architettonico spontaneo ed essenziale. I solai e le coperture sono stati realizzati in legno di castagno, come i pavimenti delle camere da letto e parte degli arredi, riprendendo la tipologia prevalente della zona; la muratura è stata in gran parte conservata, lasciando a faccia vista completa l’involucro esterno e stuccando le pietre dei paramenti interni con malta di calce, mentre le nuove partizioni interne sono state completamente intonacate. E’ stato inoltre ripristinato il manto di copertura in lastre di pietra utilizzando gli elementi di recupero precedentemente rimossi. I pavimenti ai piani terra degli edifici sono stati realizzati con la tecnica del terrazzo alla veneziana realizzato in opera, utilizzando come inerte principale il marmo cipollino, le cui vicine cave sono inattive da circa mezzo secolo. Le scale interne presentano una struttura in ferro con pedate in legno di castagno, essenza utilizzata anche per gli infissi sia interni che esterni.
La costruzione di una capanna, di modeste dimensioni, nasce dalla volontà di donare un nuovo segno riconoscibile all’interno del paese di Farnocchia. Tale simbolo mira ad instaurare un dialogo con il paesaggio circostante e a riportare alla luce, mediante una nuova interpretazione, i caratteri latenti del territorio. L’opera è concepita come un rifugio spirituale, un’occasione di riflessione e meditazione, un polo capace di attrarre e far sostare. Dall’esterno, le forma archetipa tronco piramidale reinterpreta, senza tuttavia ridursi a una mera copia, i segni propri del territorio ed in particolare quelli delle vecchie capanne di forma triangolare che in passato caratterizzavano l’area, ormai quasi del tutto scomparse. L’entrata, sottolineata dal varco stretto d’accesso che invita all’esplorazione, è filtrata da un blocco di pietra dove è possibile sedersi, attendere ed arrestare il tempo. Tale dispositivo lapideo costituisce simbolicamente una scala che aspira ad una monumentalità contenuta e convive armoniosamente con la domesticità ed intimità dello spazio. All’interno l’ambiente in penombra è illuminato da un lucernario, dal quale penetrano luce zenitale, pioggia e vento, e da una candela. La struttura, facilmente assemblabile e smontabile, è costituita da un telaio rivestito con un materiale semplice quale il legno. La costruzione è il frutto di un’opera partecipata per la comunità di Farnocchia.
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