Il progetto restituisce nuova vita a un casale in pietra nella campagna della Val di Chiana, trasformando un edificio rurale essenziale in una casa contemporanea, confortevole e profondamente radicata nel luogo. L’intervento nasce da un principio di ascolto: conservare l’identità materica dell’esistente, evitando gesti invasivi, ma facendo dialogare memoria, benessere abitativo e misura del nuovo. La pietra locale è mantenuta come presenza fondativa; le integrazioni recenti vengono ricomposte con un linguaggio sobrio ma luminoso. L’involucro è riqualificato con materiali naturali biocompatibili: canapa sulle pareti interne, sughero espanso nel calpestio controterra e in copertura, intonaci interni in argilla ed esterni in calce naturale, pavimenti in pastellone di cocciopesto e parquet in abete di recupero. Le finiture diventano strumenti climatici e sensoriali: regolano umidità, migliorano la qualità dell’aria, restituiscono superfici morbide, calde, imperfette, seguendo la morfologia delle murature preesistenti senza rettificarle, in continuità con la storia dell’edificio. Cucina, bagni, davanzali, cornicioni, inferriate e arredi su misura sono disegnati con cura nel dettaglio come parti di un’unica narrazione, domestica e artigianale. Il risultato è un recupero che non vuole imitare o cancellare il passato ma reinterpretarlo, con l’intento di trasformare un casale dimenticato in un habitat sano, poetico e durevole, dove architettura, materia e vita quotidiana coincidono.
Il progetto converte Podere Cerreto, all’origine una torretta di avvistamento medievale, in un centro di innovazione e ricerca sull’energia e la sostenibilità, rivelando la memoria e le tracce dei suoi otto secoli di storia, e aggiungendovi un nuovo capitolo legato all’ambiente e al futuro, in intenso dialogo con quelli precedenti. La Via Francigena, che oggi lambisce la proprietà, attraversava originariamente il podere: questo elemento di memoria è stato rivelato tramite un tappeto lineare di pietre di recupero e un taglio sul muro di recinzione (due lame di corten e lastre in travertino) che punta verso il Castello di Monteriggioni e crea un nuovo accesso. Tutte le preesistenze sono state restaurate con il massimo rispetto, lavorando per analogia sull’esterno e per contrasto sugli interni, dove i materiali della tradizione sono valorizzati dalle aggiunte contemporanee. Il vano a tutta altezza attraversato dalla scala semiellittica, metafora dell’energia, fornisce luce dai lucernari verso gli ambienti circostanti, tramite delle perforazioni nelle murature cerchiate in ferro calamina, che si ripetono per tutto l’edificio connettendo gli ambienti di lavoro e riquadrando i paesaggi interni, cosi come le finestre riquadrano quelli esterni. I muri non portanti sono stati sostituiti da pareti in vetro, mentre a pavimento una resina materica colore della foglia dell’olivo attraversa tutti gli spazi, riquadra tappeti in cotto di recupero e crea elementi di arredo.
I fiori di camomilla, sul lotto vuoto, ispirano un progetto come racconto per bambini. I genitori, combattuti tra il sogno di una casa innovativa e il fascino di un antico casale, innescano la ricerca di una architettura toscana nuova ma capace di ingaggiare l’emotività dei tanti che preferiscono l’architettura storica a quella contemporanea. Il progetto tenta un “calco della memoria” collettiva: suggestioni e forme archetipiche radicate nell’immaginario sono campionate e reinterpretate nella loro ricchezza e artigianalità. I volumi articolati tipici di borghi e casolari sono regolati da un rettangolo. Due registri materici del contesto, reinterpretati, sono separati da una linea orizzontale. Sotto, masse in pietra alberese a spacco si separano ad unire interni ed esterni. Sopra, una trama in cotto fatto a mano, ispirata alla tessitura di coppi e tegole, definisce un calco mono-materico di tetti a falde, e si apre in una “mandolata” che filtra la luce all’interno. Un asse trasversale perfora la casa, aprendo verso il giardino. Un asse longitudinale, nastro in cotto smaltato bianco, sale la scala, diventa ponte sul doppio volume, culmina in un cannocchiale verso il paesaggio. Gli spazi sono definiti come sequenza di scene, inquadrate tra compressioni ed espansioni in un crescendo narrativo cinematografico: dall’intimità della chiostra con l’olivo, alla luce vibrante del doppio volume, fino all’epilogo sul paesaggio di tetti scolpiti. Casa Camomilla è in classe energetica A.
Il progetto di recupero di Villa Valdiperga si fonda su un principio di sottrazione degli elementi incongrui stratificatisi nel tempo, con l’obiettivo di restituire coerenza e leggibilità all’impianto architettonico originario. L’intervento valorizza i caratteri storici dell’edificio attraverso un accurato restauro delle proporzioni, delle aperture, dei materiali e dei dettagli costruttivi che ne definiscono l’identità. Accanto al recupero della preesistenza, il progetto introduce elementi contemporanei concepiti in modo misurato e rispettoso, capaci di instaurare un dialogo equilibrato tra memoria e innovazione. Le nuove soluzioni architettoniche non imitano il linguaggio storico, ma lo reinterpretano attraverso un segno essenziale e riconoscibile, mantenendo una continuità percettiva con il paesaggio e con la struttura originaria della villa. L’integrazione di opere d’arte, elementi di design e materiali naturali contribuisce a costruire una nuova qualità dell’abitare, in cui architettura, luce e materia diventano parte di un’unica esperienza sensoriale. Gli spazi interni vengono ripensati secondo criteri di maggiore fluidità, comfort e relazione con il contesto naturale circostante. Villa Valdiperga si configura così non solo come un intervento di restauro, ma come una riconversione contemporanea capace di restituire nuova vitalità all’edificio, trasformando il recupero del patrimonio storico in un’occasione per generare nuovi significati e una rinnovata identità abitativa
Il Centro di Informazione e Documentazione Arti Visive è l’archivio del materiale informativo e documentale circa le espressioni artistiche contemporanee del Centro per l’Arte Contemporanea “Luigi Pecci”. Con la sua collezione di oltre 60.000 materiali tra monografie, cataloghi, riviste e audiovisivi, è una risorsa di eccezionale importanza per studenti e professionisti. Gli spazi del CID, situati nell’edificio di Gamberini collegato alla zona espositiva da un corridoio aereo, risultavano saturi, disordinati e privi di una logica d’insieme. Il progetto, finanziato dal PNRR e finalizzato alla riapertura delle sale lettura e alla riorganizzazione degli archivi, è caratterizzato da un impianto chiaro e di facile lettura, in grado di soddisfare le nuove esigenze di utilizzo e gestione. L’atrio e l’emeroteca costituiscono la cornice dinamica e vivace, definiti dalla presenza di un disegno a terra di matrice tessile. Le sale lettura formano un quadrato silenzioso e raccolto: al centro della sala grande alcune teche espongono materiali d’archivio, a sud è collocata una sala riservata agli specialisti. Per ottimizzare lo spazio e adeguarsi alle norme antincendio, il numero di libri esposti è stato ridotto, ma i testi sono consultabili su richiesta. Per garantire gli standard impiantistici e di ricambio d’aria, si è prevista la realizzazione di un sistema di cavedi con finte travi e pilastri, un’infrastruttura tecnica tridimensionale di distribuzione e collegamento tra gli ambienti.
L’opera ha trasformato l’ex granaio trecentesco di Orsanmichele in un museo dove le sculture delle Arti fiorentine tornano protagoniste. Il nuovo allestimento ripensa il rapporto tra scultura e visitatore secondo le regole prospettiche e il punto di vista originario degli artisti, che concepivano le opere per una visione rialzata all’interno dei tabernacoli. Nel nuovo allestimento, le statue sono così collocate su podi a 1,40 m e incorniciate da fondali alti 4,50 m, che evocano in forma astratta le nicchie originarie e ristabiliscono una corretta relazione di scala con lo spazio. I materiali, metallo brunito e resine che richiamano pietra forte e marmo, dialogano con la matericità del luogo, mentre l’illuminazione integrata nelle catene valorizza opere e volte. Al PT, la completa apertura dei grandi portoni verso via dell’Arte della Lana e la creazione delle bussole trasparenti riaprono la Chiesa alla città, ristabilendo un dialogo diretto tra interno e spazio urbano. L’illuminazione discreta e puntuale valorizza lo spazio e i dettagli architettonici affreschi, altare di Sant’Anna e Tabernacolo dell’Orcagna. Il progetto ricuce il legame tra edificio e contesto urbano, riconsegnando a Orsanmichele il suo ruolo civile e culturale. Il nuovo allestimento e la nuova luce offrono una lettura rinnovata delle sculture, inserendosi con discrezione nell’architettura del’300. Un intervento silenzioso che restituisce Orsanmichele come spazio sospeso tra dimensione liturgica e museale.
L’opera ha trasformato l’ex granaio trecentesco di Orsanmichele in un museo dove le sculture delle Arti fiorentine tornano protagoniste. Il nuovo allestimento ripensa il rapporto tra scultura e visitatore secondo le regole prospettiche e il punto di vista originario degli artisti, che concepivano le opere per una visione rialzata all’interno dei tabernacoli. Nel nuovo allestimento, le statue sono così collocate su podi a 1,40 m e incorniciate da fondali alti 4,50 m, che evocano in forma astratta le nicchie originarie e ristabiliscono una corretta relazione di scala con lo spazio. I materiali, metallo brunito e resine che richiamano pietra forte e marmo, dialogano con la matericità del luogo, mentre l’illuminazione integrata nelle catene valorizza opere e volte. Al PT, la completa apertura dei grandi portoni verso via dell’Arte della Lana e la creazione delle bussole trasparenti riaprono la Chiesa alla città, ristabilendo un dialogo diretto tra interno e spazio urbano. L’illuminazione discreta e puntuale valorizza lo spazio e i dettagli architettonici affreschi, altare di Sant’Anna e Tabernacolo dell’Orcagna. Il progetto ricuce il legame tra edificio e contesto urbano, riconsegnando a Orsanmichele il suo ruolo civile e culturale. Il nuovo allestimento e la nuova luce offrono una lettura rinnovata delle sculture, inserendosi con discrezione nell’architettura del’300. Un intervento silenzioso che restituisce Orsanmichele come spazio sospeso tra dimensione liturgica e museale.
Nella prima campagna appena fuori dell’abitato, un rudere affacciato sul dislivello a riguardare il passaggio è scelto come casa da una coppia di giovani musicisti: fuori, le mura di un vecchio fienile rimaneggiato, dentro, una struttura di consolidamento a pilastri e travi in cemento armato lasciata al grezzo. I limiti – le aperture già definite e la nuova griglia strutturale, inserita senza criterio e senza dialogo ma impossibile da rimaneggiare – divengono occasione: all’interno di un involucro “antico” è concepita una casa contemporanea. Alle facciate tradizionali di un casale di campagna, corrisponde uno spazio dell’abitare continuo, che tiene insieme ingresso, soggiorno, sala da pranzo, cucina, svago e gioco, cadenzato dagli elementi dell’architettura, come oggetti espositivi autonomi e animati, che scandiscono gli ambiti: un pilastro, un camino, un volume servizi. Le soglie, ispessite dal posizionamento della scala e di alcuni ripostigli, divengono stanze abitate, luoghi dello stare, in cui nicchie scavate accolgono gli oggetti della vita. Lo sguardo, da ogni punto, traguarda di là e poi fuori, attraverso le grandi aperture, alle colline digradanti. Al piano di sopra, le camere e le stanze dello studio sono tenute insieme da un disimpegno che è anch’esso uno spazio, con una libreria come parapetto, affacciato sulla doppia altezza della scala e sul paesaggio, luminoso e vibrante.
Nella prima campagna appena fuori dell’abitato, un rudere affacciato sul dislivello a riguardare il passaggio è scelto come casa da una coppia di giovani musicisti: fuori, le mura di un vecchio fienile rimaneggiato, dentro, una struttura di consolidamento a pilastri e travi in cemento armato lasciata al grezzo. I limiti – le aperture già definite e la nuova griglia strutturale, inserita senza criterio e senza dialogo ma impossibile da rimaneggiare – divengono occasione: all’interno di un involucro “antico” è concepita una casa contemporanea. Alle facciate tradizionali di un casale di campagna, corrisponde uno spazio dell’abitare continuo, che tiene insieme ingresso, soggiorno, sala da pranzo, cucina, svago e gioco, cadenzato dagli elementi dell’architettura, come oggetti espositivi autonomi e animati, che scandiscono gli ambiti: un pilastro, un camino, un volume servizi. Le soglie, ispessite dal posizionamento della scala e di alcuni ripostigli, divengono stanze abitate, luoghi dello stare, in cui nicchie scavate accolgono gli oggetti della vita. Lo sguardo, da ogni punto, traguarda di là e poi fuori, attraverso le grandi aperture, alle colline digradanti. Al piano di sopra, le camere e le stanze dello studio sono tenute insieme da un disimpegno che è anch’esso uno spazio, con una libreria come parapetto, affacciato sulla doppia altezza della scala e sul paesaggio, luminoso e vibrante.
Intervento di adeguamento sismico ed efficientamento energetico della palazzina spogliatoi appartenente all’impianto sportivo di giuoco calcio di Rassina. L’immobile preesistente, oggetto d’intervento, ricadeva in area vincolata (fascia di vincolo di 150 ml dal fiume Arno) assoggettata al d.lgs. 22 gennaio 2004, n. 42 e ssmmii. L’intervento in oggetto unitamente al riconoscimento, alla gestione, alla salvaguardia, alla valorizzazione e alla riqualificazione del patrimonio edilizio comunale, persegue la salvaguardia delle caratteristiche paesaggistiche e la promozione dei valori paesaggistici coerentemente inseriti nei singoli contesti ambientali pur adottando nuove tipologie architettoniche e compositive, volte a trasformare l’edificio preesistente, ormai energivoro e obsoleto, in “edificio a energia quasi zero” – nZEB (nearly Zero Energy Building) – usufruendo dell’incentivo previsto dal Conto Termico (GSE). Il nuovo edificio della palazzina spogliatoi è stato progettato secondo il sistema costruttivo a secco. La scelta del sistema costruttivo a secco deriva dalla possibilità di poter adottare una tecnologia stratificata che prevede tre stadi funzionali: l’involucro esterno, la struttura di sostegno e l’involucro interno (sistema valido sia per le pareti sia per la copertura). La struttura portante in elevazione è stata concepita interamente in acciaio mentre quella di fondazione in calcestruzzo armato idrofobizzato. L’involucro dell’edificio è stato ideato, sin dal principio, in lastre di alluminio preverniciate assemblate tra loro con metodologia di ancoraggio del tipo a doppia aggraffatura.
Il progetto si inserisce all’interno di un tessuto moderno di qualità che da Lungarno del Tempio fino al Lungarno Colombo crea una cortina edificata continua in fregio all’Arno, alle colline di San Miniato, al Centro Storico. Un tessuto in cui molti illustri anonimi architetti, allievi della scuola del moderno toscano, hanno creato un linguaggio onesto e dignitoso, all’ombra dei grandi maestri. L’ex-hotel Columbus (oggi Columbus Urban Resort) si presentava in tono più dimesso, difficilmente distinguibile rispetto alle tipologie residenziali adiacenti, con un ritmo di vele verticali in muratura volte a celare i bagni in facciata. Alla luce di una ridistribuzione completa del layout interno, volto all’accorpamento e alla riduzione del numero di camere, il progetto prevede la completa trasformazione dell’involucro esterno, ispirato alla scansione verticale del progetto originale. Un sistema di lame in lamiera stirata vibra al sole consentendo al contempo privacy e panoramicità dell’hotel, rivolgendo lo sguardo verso le colline di San Miniato e il Centro Storico. Un nuovo progetto onesto e dignitoso viene posto all’ombra dei grandi maestri, un piccolo omaggio ai tanti illustri anonimi architetti del moderno toscano e al “contributo diffuso” che hanno offerto nel definire l’immagine della Firenze del dopoguerra.
Casa Esagono (1957-’59) è un’opera architettonica ad elementi modulari esagonali in legno, sospesi da terra, progettata da Vittorio Giorgini (1926-2010). Residenza estiva dell’architetto fiorentino fino al 1968, la casa diveniva il ritrovo di amici artisti come Robert Sebastian Matta e Gordon Matta-Clark, André Bloc, Isamu Noguchi ed Emilio Vedova. Assimilabile in pianta a un nido d’ape, l’opera è frutto di un accurato studio dei singoli elementi che compongono il manufatto. Dopo vari passaggi di proprietà e di stati di abbandono, il manufatto ha subito nel tempo delle manomissioni che ne hanno alterato gli aspetti cromatici e materici, fino a rendere precaria la sua stabilità a causa delle condizioni climatiche e dell’incuria. Dal 2013, grazie a una concessione d’uso con il Comune di Piombino, l’associazione B.A.Co. Archivio Vittorio Giorgini ne assume la gestione, fino a redigere con il DESTEC dell’Università di Pisa, e con l’ing. Marco Pio Lauriola, il progetto di restauro e consolidamento. A monte è stata eseguita una indagine diagnostica su tutti gli elementi lignei, in modo da avere una mappatura certa di tutti i tipi di legno che compongono il manufatto e il loro relativo stato di conservazione. Il progetto ha compreso la ricostruzione degli arredi originari andati perduti, grazie alla documentazione conservata in Archivio. Questo consentirà di rifunzionalizzare casa Esagono con residenze per artisti e studiosi.
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