Il progetto affronta il recupero di un complesso residenziale di antica costruzione a Pistoia, in località Case Soldi, ridefinendone l’identità compromessa da stratificazioni incongrue. L’intervento opera per sottrazione: elimina le vecchie superfetazioni, riorganizza le aperture e introduce una zoccolatura in rosso mattone al piano terra, ricercando armonia formale nei prospetti, radicando il manufatto al suolo e valorizzandone il dialogo con l’ambiente rurale circostante. All’interno il progetto indaga la fluidità spaziale attraverso i temi della soglia e della percezione visiva, assumendo la lamiera microforata come filo conduttore. Questa pelle metallica scandisce e ordina lo spazio: nella scala interna agisce come dispositivo luminoso che, filtrando la luce, muta da superficie piena a trasparente in base al punto di vista dell’osservatore; nella zona notte si declina come testata del letto, dialogando con la luce in un gioco di sottili trasparenze. Al primo piano, nel punto più panoramico, la zona living si attesta come fulcro dell’abitare. Le piccole aperture preesistenti vengono reinterpretate trasformandosi in ampi affacci aperti su un nuovo balcone aggettante. Qui il limite materico si dissolve: grazie al parapetto microforato il paesaggio collinare penetra lo spazio domestico senza filtri opachi, facendosi esso stesso materia di progetto.
Il progetto della nuova Casa della Comunità di Collesalvetti nasce dalla volontà di creare un’architettura capace di connettere le funzioni sanitarie con il paesaggio rurale circostante, ponendo la natura al centro dell’esperienza di cura. L’edificio si sviluppa attorno a una corte verde centrale, spazio protetto e luminoso che diventa cuore distributivo e luogo di incontro per la comunità. Due ali si aprono verso il paesaggio, definendo ambienti interni permeati di luce naturale e in costante relazione con gli spazi esterni. La forma trapezoidale culmina nel porticato d’ingresso, elemento di filtro e accoglienza che accompagna il passaggio tra esterno e interno. La scelta di sviluppare l’intera struttura su un unico livello garantisce accessibilità universale, semplicità dei percorsi e continuità con il verde. Le ampie superfici vetrate favoriscono comfort visivo, illuminazione naturale e un dialogo continuo con l’ambiente circostante. La Casa della Comunità si propone come presidio sanitario di riferimento per il territorio, integrando servizi tradizionali, telemedicina e assistenza domiciliare in sinergia con la rete socio-sanitaria locale. L’architettura diventa così strumento di benessere collettivo, attraverso spazi funzionali, accoglienti e armonizzati con il contesto naturale.
La Casa nella Città Rossa, situata nel centro storico di Firenze, deve il suo nome al quartiere dove si colloca, conosciuto come il quartiere della Mattonaia, ovvero Sant’Ambrogio. Facente parte di una breve serie di edifici posti a fianco della chiesa di Sant’Ambrogio, si tratta di uno dei molti esempi di lottizzazione attuata dai benedettini nei primi del Trecento. Il progetto si fonda sulla volontà di restituire alla città un luogo abitabile, altrimenti destinato a diventare l’ennesimo appartamento per affitti turistici, con lo scopo di risanare gli errori di un precedente progetto avviato e poi abbandonato in essere. L’intervento parte dallo “svuotamento” degli ambienti per restituire allo spazio la sua originale vocazione e per recuperare la connessione tra l’ambiente della zona giorno e la Chiesa, il cui fianco diventa la quinta scenica dell’abitazione. La struttura spaziale viene disegnata e organizzata dalla presenza di un nuovo volume “rosso mattone” che accoglie al suo interno gli ambienti di servizio, bagno e lavanderia; creando uno spazio unico e fluido, sottolineato da una pavimentazione in pietra di Matraia che riconnette tutti gli ambienti della casa. Gli elementi strutturali come il soffitto in legno e gli architravi in pietra sono lasciati grezzi, affermando la loro autonomia di oggetti compositivi che partecipano al disegno dello spazio. Il disegno degli elementi di arredo crea un nuovo sistema di segni che si stratifica ai precedenti senza annullarli.
Il progetto ha avuto un’evoluzione decennale, strettamente legata alla famiglia del proprietario, Luca Baldi legale rappresentante della ditta Ingropelli, che nel corso degli anni ha visto il progressivo ingresso dei figli in azienda. Parallelamente, l’azienda è cresciuta, si è ampliata ed ha conferito un nuovo volto al fabbricato originario. Questa premessa è doverosa poichè si può affermare che anche la progettazione abbia avuto un percorso pluriennale legata alle esigenze dell’azienda e al contributo continuo di tutti i committenti padre e figli sempre coinvolti alla realizzazione di un edificio destinato non solo a migliorare la produzione aziendale ma anche a rappresentare un elemento identitario della famiglia stessa. La proprietà è composta da 2 fabbricati separati e indipendenti tra loro, Edificio A e Edificio B. L’intervento è stato concepito come progetto di restauro e risanamento conservativo attraverso modifiche interne ed esterne ed opere mirate al recupero dell’architettura industriale con adduzioni volumetriche. Il progetto ha previsto modifiche ai prospetti e ai volumi con inserimento di porzioni di facciata continua vetrata e con l’inserimento di una nuova pelle realizzata con elementi scatolari in alluminio estruso. La scala d’ingresso è stata protetta con una tettoia in aggetto realizzata con struttura in acciaio e pannelli tipo Allucobon in colore grigio. Gli incrementi volumetrici sono stati realizzati con struttura prefabbricata ed infissi in alluminio.
Il progetto riguarda la riconversione di un’ex macelleria degli anni ’50, situata all’interno di un edificio storico nel centro di Prato, in uno spazio ibrido tra ufficio e atelier. L’intervento è stato concepito nel rispetto dell’identità storica del luogo, attraverso la rimozione delle superfetazioni stratificatesi nel tempo e l’adozione di un approccio conservativo e sostenibile, volto a valorizzarne la memoria mediante il riuso consapevole degli elementi originari. Sono stati preservati e integrati nel nuovo assetto gli elementi distintivi dell’ambiente preesistente: i rivestimenti in mosaico e ceramica, le porte delle celle frigorifere, le soglie in marmo di Carrara e le travi metalliche un tempo utilizzate per appendere le carni. Questi dettagli, oltre a possedere un forte valore identitario, rappresentano materiali di pregio che mantengono una qualità estetica e funzionale, evitando lo spreco derivante dalla loro dismissione e promuovendo una pratica ecologica basata sul riuso responsabile. L’intervento introduce una fioriera in muratura e uniforma la pavimentazione con un massetto in cemento levigato, mentre un lieve salto di quota definisce la zona retrostante senza interrompere la continuità visiva. Centrale è la vegetazione interna: 40 piante di 23 specie occupano circa l’8% dello spazio, creando una barriera visiva e climatica verso la strada e migliorando il comfort acustico grazie alle proprietà fonoassorbenti.
Il progetto dell’edificio “vasca per gli esperimenti idraulici e monumento a Galilei” dell’Arch. Giovanni Michelucci – Ripristino e Rigenerazione fa parte integrante e sostanziale del progetto complessivo PNRR – M5, C2, A2, I2.1- Progetto di rigenerazione urbana “riqualificazione parco urbano e archeologico della Cittadella piazza Terzanaia”. Per il concorso del PAT 2026 candido il progetto dell’edificio citato in quanto terminato nel periodo indicato nel bando. L’edificio è situato all’interno del parco della Cittadella Vecchia che dispone di zone fruibili differenziate, dalla zona archeologica con i reperti della Pisa medievale, al padiglione centrale del parco costituito dalla cavea per gli spettacoli, all’area ludica inclusiva per i bambini, ai boschetti e filari alberati che creano zone d’ombra gradite nelle stagioni estive ed infine gli antichi Arsenali per la promozione culturale e turistica della città. L’edificio esistente è stato oggetto di interventi miglioramento sismico, la parte di nuova costruzione con struttura mista calcestruzzo armato e carpenteria metallica, sono stati realizzati gli impianti tecnologici per l’agibilità, e l’intervento è conforme ai CAM ed al DSNH. L’edificio rigenerato avrà la funzione di ristoro e di relazione e contribuirà alla proposta storica, culturale e ambientale che l’area della Terzana contemporanea potrà offrirà ai fruitori, ma sarà anche un attrattore per le attività commerciali attraverso attività, tipo caffè letterario.
Linee d’acciaio, superfici retroilluminate e tagli di luce ridefiniscono ExFila, storico presidio culturale fiorentino ospitato nell’ex complesso industriale “Lapis & Affini”, all’interno di una villa rurale cinquecentesca che fino agli anni Novanta accoglieva gli uffici FILA. Il restyling firmato da 23.quarantaquattro per Arci Firenze rinnova uno spazio che da quasi vent’anni è riferimento per la vita sociale e culturale della città: auditorium, teatro, radio, concerti e attività collettive convivono in un organismo aperto e inclusivo. L’intervento rigenera ambienti intensamente vissuti, restituendo coerenza e riconoscibilità a un luogo radicato nell’immaginario urbano. Più che un aggiornamento estetico, il progetto interpreta ExFila come infrastruttura relazionale capace di attivare incontro, partecipazione e produzione culturale. L’operazione procede per sottrazione, eliminando le stratificazioni accumulate nel tempo per riportare in evidenza il carattere originario dello spazio e la sua vocazione comunitaria. Il nuovo assetto interessa il chiostro e le aree bar dei due livelli, unificati da un lessico essenziale di policarbonato opalino, acciaio satinato e superfici traforate. La luce artificiale dissolve i limiti, amplifica la profondità e costruisce un’atmosfera fluida. Nel chiostro, tonalità e arredi informali e il murales del collettivo Calimaia restituiscono l’identità libera e inclusiva di ExFila, trasformando lo spazio in un dispositivo aperto alla collettività.
Il museo ci deve essere ma, come il maggiordomo, non si deve vedere. Dice Mario Vargas Llosa. E’ quello che si è cercato di fare nella chiesa romanica di San Salvatore che era chiusa al pubblico da due secoli. A parlare deve essere innanzi tutto l’architettura. Chi ne varca la soglia è sollecitato a guardarne il volume, le linee, la luce. Difficilmente si resta insensibili a un’architettura come questa. Il percorso espositivo interpreta e comunica i dati emersi dal cantiere di restauro: dai resti archeologici agli affreschi riaffiorati dopo le scialbature, fino alla leggenda di Catilina legata all’edificio. L’allestimento museale è stato pensato a servizio del luogo e non viceversa. Non ha cercato, però, di mimetizzarsi, ma di comunicare apertamente la sua funzione nel rispetto dell’ambiente in cui si colloca. Non si sono utilizzati testi informativi e didascalie per non creare interferenze visive con la pulizia del disegno del monumento. Il visitatore trova una guida di sala personale nella lingua di preferenza. Il design dei supporti espositivi e multimediali valorizza la spazialità dell’aula e il dialogo con il contesto storico attraverso arredi dalle geometrie essenziali, realizzati in acciaio corten e vetro. Il corten, materico e strutturale, definisce una presenza fisica forte e riconoscibile, mentre il vetro, trasparente e immateriale, ospita proiezioni interattive che ampliano l’esperienza del visitatore, in equilibrio tra fisicità del monumento e dimensione digitale.
San Salvatore è un tipico esempio di chiesa ad aula di impianto romanico, collocata all’interno del nucleo più antico della città, già attestata da fonti storiche fin dal 979 e da alcuni autori ritenuta la prima chiesa edificata in città. Più volte rimaneggiata nel corso dei secoli, dal 1807 fu chiusa al culto e da quel momento pressoché inutilizzata. Il programma per il suo recupero prevedeva la realizzazione di uno spazio museale che riuscisse a sfruttare al meglio le ridotte superfici a disposizione, che fosse accessibile nei confronti dei portatori di handicap e consentisse un’ampia elasticità nella gestione degli impianti tecnologici. Il progetto è stato impostato sulla base di un doppio registro; il primo, più propriamente legato al restauro e focalizzato sul ripristino degli elementi strutturali e decorativi degradati, sia interni che esterni. Il secondo si è concentrato sulla valorizzazione delle qualità spaziali dell’edificio con l’introduzione di nuovi elementi architettonici per la definizione degli spazi idonei alle nuove funzioni e sul corretto inserimento di nuovi impianti e dotazioni tecnologiche. Si sono adottate soluzioni architettoniche e compositive ben riconoscibili, chiaramente leggibili come nuova, ulteriore, stratificazione nel corpo antico della chiesa e utili a conferire una nuova immagine all’antico monumento. Nel rispetto della preesistenza storica, le soluzioni tecniche e i dettagli elaborati rendono l’intervento completamente reversibile.
Il progetto prevede l’ampliamento del piccolo ristorante esistente, situato nella zona industriale “Belvedere” in Colle di val d’Elsa, fra la SP Colligiana e il raccordo Firenze-Siena oltre alla sua completa rigenerazione. Il ristorante originario, costruito con una struttura lignea a telaio dalle forme disarmoniche, è pensato come metafora architettonica della tenda, struttura di ricovero lungo il viaggio fra Firenze e Siena. Nasce così la volontà di legare l’idea del ristorante esistente con una nuova identità basata sul concept dell’“oasi”, ovvero un luogo diverso dal contesto ma di ricovero e riposo, anomalo rispetto alla zona industriale circostante degradata. Sia per la sua forma architettonica, caratterizzata da grandi setti ciechi e ampie finestrature, consente al fruitore un’esperienza nuova, quasi da non avere la percezione di essere in quel luogo. L’oasi in cui il fruitore è immerso è fatta di colori, materiali, profumi, luci e sapori. Dalla promenade lignea del parcheggio si entra nella corte interna attraverso il portale e da lì all’interno del ristorante e alla terrazza panoramica tramite la scala esterna. Il nuovo fabbricato, realizzato in legno struttura XLAM e secondo criteri della bioedilizia, ha un carattere contemporaneo talvolta minimalista e ricercato. Il legno fa da padrone sia internamente che esternamente: pareti e soffitti caratterizzate da rivestimenti architettonici in legno di pino termo-trattato disegnano il percorso culinario del fruitore.
Nel quartiere delle Le Piagge, nella periferia ovest di Firenze, il progetto della nuova area attrezzata inclusiva trasforma uno spazio residuale in un luogo aperto, accessibile e condiviso, capace di promuovere inclusione sociale, benessere e relazione tra abitanti. L’intervento nasce con l’obiettivo di creare un parco fruibile da tutti, dove persone con disabilità fisiche, sensoriali o difficoltà motorie possano vivere esperienze di gioco, sport e socialità in condizioni di sicurezza e piena partecipazione. L’impianto del progetto è definito da un percorso sinuoso ispirato al “gioco dell’oca”, elemento multisensoriale e inclusivo che connette le diverse funzioni del parco trasformando il movimento in esperienza ludica e collettiva. Lungo il percorso si articolano spazi circolari dedicati alle differenti attività: aree gioco inclusive per bambini, spazi sportivi per ragazzi, orti urbani collettivi per anziani, oltre a zone relax e luoghi di aggregazione aperti all’intera comunità. Alberature e strutture leggere ombreggianti contribuiscono al comfort ambientale e alla riconoscibilità degli spazi. Il parco si organizza in tre ambiti principali: area quieta con frutteto e orti urbani; piazza pubblica centrale dedicata allo sport e alla sosta; area gioco inclusiva nella parte sud del lotto. Completa l’intervento una pensilina fotovoltaica integrata nel parcheggio esistente, contribuendo alla sostenibilità energetica del complesso.
2018 - 2026 © Tutti i diritti riservati. Fondazione Architetti Firenze, Via Valfonda 1/a, 50123 Firenze
Cod.Fisc./P Iva 06309990486 | Privacy Policy | Cookie Policy
Design by D'Apostrophe | Developed by Shambix